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Forse l’errore di valutazione più grave della politica italiana non l’ha commesso Matteo Renzi, ma l’ha commesso il giornalismo: l’abbiamo sovrastimato.

Il fiorentino ha riversato in un’unica consultazione elettorale, preparata male e gestita peggio, le sue ambizioni personali trascinando con sé un paese stanco, più povero, meno coeso, anzi mai così diviso.

Gli anticorpi italiani l’hanno respinto, perché il referendum ha assunto una valenza simbolica devastante per un uomo che, in scarsi tre anni, è riuscito a dilaniare il Partito democratico, gli equilibri repubblicani garantiti dalla Costituzione, un governo già posticcio e una maggioranza senza identità però legata al respiratore Denis Verdini.

Soltanto un uomo arrogante e sconnesso dalla realtà poteva ipotizzare un successo o una sconfitta di misura, mentre le condizioni sociali degli italiani regrediscono in maniera impietosa e la sensazione che la politica sia diventata un fine e non un mezzo tracima e si espande nella cabina elettorale.

Soltanto un uomo arrogante e sconnesso dalla realtà poteva credere, ancora, di interpretare un ruolo anti-casta dopo un lungo periodo vissuto a Palazzo Chigi senza alcuna indole francescana.

Soltanto un uomo arrogante e sconnesso dalla realtà poteva, infine, sperare di ghermire elettori attraverso le ingerenze internazionali, gli accordi sottobanco con la finanza, le presunte grandi imprese e gli ammuffiti (e presunti) grandi poteri.

Renzi ha fallito nella strategia, nella logica e pure nella matematica: un segretario di un partito che i sondaggi stimano al 30 per cento come potrebbe avvicinarsi alla soglia del 50 senza alleanze decorose e privo della sua parte congenita di sinistra? Come può il consenso, in questo momento storico, prevalere sul dissenso? Renzi l’ha dimenticato o non lo sapeva: il dissenso è sempre maggioritario, il consenso mai.

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